Ecologia delle relazioni

annamaria | 19 novembre 2008

Ho tratto, e adattato, questi punti dai Dieci paradossi dell’ecologia delle relazioni
di Marco Geronimi Stoll con Francesco Betti.
Sono stati pensati per gli insegnanti nei riguardi dei bambini, ma a pensarci bene vanno benissimo anche per i comunicatori e, in generale, agli adulti.
Mi sono piaciute la franchezza e la freschezza di queste considerazioni e consigli, perché vanno dritto al punto, parlano chiaro e, soprattutto, fanno riflettere.

Nessuno può obbligare un altro a pensare un certo pensiero.
La mente di ciascuno è un luogo misterioso e complesso, di cui sappiamo solo una cosa certa: sicuramente non è uno statico magazzino di nozioni.
Ogni novità, anche la più minuscola, muove tutto l’universo misterioso della nostra mente.
Quindi niente può essere “insegnato”, tutto può essere “appreso”.

La comunicazione: o è reciproca o non è.
Quando un bambino acquisisce un’ informazione, (cioè gli si creano “differenze in mente”), contemporaneamente “insegna” qualcosa all’insegnante (cioè crea “differenze” nella mente del docente).
Morale: “se oggi non ho imparato niente dai bambini è probabile che i bambini non abbiano imparato niente da me”.

Se sbagliando si impara, allora chi non sbaglia mai resterà ignorante.
La scuola è e deve essere il posto dove si impara a sbagliare.
La più preziosa dote di un buon insegnante è saper dire “tu stai sbagliando” sottintendendo “che bello: adesso hai un’occasione per migliorarti”
(…) Non è così anche tra adulti? Chiunque di noi, se non si sente accettato in un ambiente, non può migliorare le sue parti imperfette: può solo nasconderle.

Il miglior modo per valorizzare i bambini è farli valorizzare tra loro.
Tutti questi figli unici, ebbri di solitudine televisiva, con genitori indaffarati… il loro sforzo strenuo è farsi vedere da un grande: quante spiritosaggini, bizze, ricattini, spiate, provocazioni…
(…) Uno dei mezzi per dare una svolta a questa situazione è abituarli ad ascoltarsi reciprocamente quando parlano.

Molto meglio non essere un insegnante troppo bravo.
Se siamo troppo sicuri di una teoria o di un metodo, finiamo col vedere solo quello che vogliamo. In una testa troppo “piena” di teorie e di opinioni non c’è il posto per ricevere modificazioni dall’ambiente. Così, qualche volta, “bravi” diventa il contrario di “capaci”.
Risultato: persone che hanno molte cose da dire a volte non riescono a comunicarle perché non riescono ad ascoltare gli altri.

Se diciamo a un bambino “in questo non riesci”, lui ci ubbidirà.
Ciascuno si adegua inconsciamente alle attese degli altri.
Se, credendo di incoraggiarlo, diciamo ad un bambino “tu con le divisioni sei proprio un disastro”, (o se tradiamo tale pensiero non verbalmente) probabilmente egli si adeguerà alle nostre aspettative e avrà guai con le divisioni anche all’Università.
Se invece ci aspettiamo dai bambini risultati positivi (e convincercene è un condizionamento interiore, nostro personale) allora molte cose potranno migliorare.
E’ il noto “effetto Pigmalione”, che somiglia ad una più famosa e prosaica “legge di Murphy”: se ti aspetti che qualcuno possa combinare un errore, sicuramente ciò accadrà.

Morale:
Quando state stendendo la programmazione annuale non chiedetevi solo cosa voglio insegnare”; chiedetevi anche: “Quest’anno, cosa voglio imparare?”

Il rebus dell’alitalia

annamaria |

Un esempio lampante di non-comunicazione ce l’abbiamo in questi giorni sotto gli occhi.
Alzi la mano chi ha capito cosa sarà dell’Alitalia da qui a pochi giorni, dato che le casse sono vuote.
Sto seguendo questa vicenda per una serie di ragioni.
In primo luogo perché ci lavora un mio amico e vorrei tanto capire che fine vogliono fargli fare.
Poi perché sento che le sorti della nostra compagnia di bandiera in qualche modo mi riguardano.
Infine perché sono curiosa di vedere all’opera la managerialità di coloro che ci governano.
Sul mio blog Scriverebene ho pubblicato una serie di post sulla scrittura di un business plan, l’equivalente inglese del nostro “piano industriale”, il documento che dice come stanno le cose, cosa si vuol fare, perché e con quali risultati.
Ho quindi ascoltato notiziari e letto i giornali.
Del famigerato piano industriale di cui non si fa che parlare in queste ultime ore non ho capito nulla.
Prima il balletto degli esuberi: due giorni fà 7.000, l’altro ieri 4.000, ieri 3.250. Chi offre di meno?
Poi quello sugli aeromobili da dismettere: prima 80, poi 40.
E poi, con i sindacati si tratta o no? Prima si dice “o così o niente”, poi si apre il dialogo, poi ci si confronta…su che?
Poi le ipotesi di rilancio: l’altro ieri si dovevano potenziare i voli a medio e lungo raggio, ieri si puntava tutto sulle tratte di corto e medio raggio. Allora, dove andiamo?
E gli hub? Prima “o Malpensa o morte” (non è per questo che abbiamo rifiutato sdegnati l’offerta di Air France?), ieri non più due grandi hub (Roma e Milano) ma 6 mini hub a Roma, Milano, Torino, Venezia, Napoli e Catania.
Una fantastica cortina fumogena, una serie imbarazzante di contraddizioni, un sicuro disegno alla base. Risultato: confusione totale.
In mezzo a tutto questo fumo passa sotto silenzio la decisione di dismettere il Cargo e la manutenzione, che sono in attivo.
Seguendo il metodo dei comunicatori, attentissimi ai segnali deboli, i conti cominciano a tornare.
E si incomincia a intravedere un disegno che ha poco a che vedere con l’imprenditorialità e molto con l’arrembaggio, pochissimo con il rilancio e molto con lo smembramento.
Per una come me che le imprese le progetta perché nascano e crescano, che è abituata a pensare in termini di crescita e sviluppo è un gran brutto spettacolo da vedere, oltre che da non sentire.
Ora resta solouna domanda: quando ce lo diranno?