Il mio primo Ebook

annamaria | 15 ottobre 2009

Ci ho pensato a lungo. Pensato e ripensato. Rivisto, corretto, fatto e rifatto.
E alla fine è stato pronto.
E’ il mio primo ebook. Parla dei principi guida della comunicazione, dei “fondamentali” come direbbero gli sportivi.
E’ quello che so, che faccio e che insegno da vent’anni.
Si può scaricare da <a href=”http://www.slideshare.net/amcarbone/principi-guida-della-comunicazione-relazionale”>qui</a>.

I sei principi del viral marketing di Wilson

annamaria | 18 marzo 2009

Il cliente soddisfatto è da sempre il miglior cliente.
E quando è soddisfatto cosa fa? Avverte gli amici!

Il passa parola su web si chiama Viral Marketing, studiato e modellizzato da Ralph F. Wilson, di professione E-Commerce Consultant che ne ha definito i principi in The Six Simple Principles of Viral Marketing.
Dal punto di vista del marketing il termine viral definisce qualsiasi strategia marketing (di vendita) che incoraggia le persone a diffondere e passarsi l’un l’altra messaggi influenzando a loro volta in maniera esponenziale la sua diffusione.
Chi di noi non ha ricevuto da amici e conoscenti video divertenti, che a nostra volta abbiamo diffuso ai nostri amici per farli ridere un po’?
Tutti abbiamo anche sperimentato l’effetto boomerang, che si verifica quando un video che hai messo in giro ti ritorna da qualcun altro. E il cerchio si è chiuso.

Tutto questo quando il passaparola avviene via web altrimenti si parla di word-of-mouth,” “creating a buzz,” “leveraging the media,” “network marketing.”

I sei principi di Wilson
E così come in tutte le cose alcune strategie di marketing virale funzionano meglio di altre ma, secondo Wilson, sono sei gli elementi fondamentali del viral marketing.

Una strategia virale di vendita non deve contenere TUTTI questi elementi, ma più ne contiene e più potenti saranno i risultati. Il viral marketing:

1. Offre servizi o prodotti gratuiti
2. E’ facile da trasferire ad altri (amici e conoscenti)
3. Deve essere facilmente scalabile (*)
4. Contiene motivazioni e comportamenti comuni
5. Utilizza le reti di comunicazione usate attualmente
6. Approfitta delle risorse degli altri

Nella crisi i social media crescono

annamaria | 17 marzo 2009

Stamattina mi è arrivata la newsletter di Groundswell. E’ un modo che la Forrester Research ha trovato per definire il fenomeno del web 2.0
Loro lo studiano anche, e giusto oggi hanno pubblicato dei dati interessanti.

Nella ricerca “Il tempo della ricreazione per i social media è finito” di cui parla Josh Bernoff nel suo post di oggi la Forrester analizza l’andamento degli investimenti delle aziende negli strumenti web 2.0 in questo periodo di crisi.

L’argomento è interessante, perché notoriamente in tempi di crisi gli investimenti in comunicazione sono tra i primi ad essere tagliati. Forrester Research ha voluto verificare se la stessa sorte sta toccando anche ai nuovi social media.
E i dati sono decisamente in controtendenza.

Dall’analisi risulta che:

1. più della metà degli investitori in media interattivi stanno aumentando la spesa nelle tecnoligie sociali. Solo il 5% dei piani prevede una diminuzione della spesa.

2. le categorie che crescono più velocemente sono i social network, i blog e gli strumenti di creazione dei contenuti da parte degli utenti.

3. E’ da tenere presente che la base di imprese su cui è stata condotta la ricerca è ancora piccola. Si tratta per lo più di aziende che hanno meno di 250 dipendenti, mentre i tre quarti di loro continua a spendere cifre che si aggirano intorno ai $ 100.000 o anche meno per le tecnologie legate ai social media.

Il post si conclude con alcune raccomandazioni per chi vuole lavorare in questo settore:

Se sei interessato ai social media, usa questi dati per determinare un budget realistico, quindi concentrati sul misurare i risultati per verificarne l’efficacia. Non occupartene a tempo perso, altrimenti il tuo budget è destinato a essere tagliato. Non è più tempo di considerare i social media come una ricreazione.

Se sei un consulente o sei stato licenziato da poco questa è un’area in crescita. Ma è un’area in cui ci sono molti esperti. Per avere successo concentrati sullo sviluppo delle competenze nell’implementazione, gestione, moderazione e misurazione dei risultati degli investimenti nei social media. Questo è ciò di cui le aziende avranno bisogno.

Se sei un venditore di tecnologia, i casi reali saranno di gran lunga più efficaci delle features, delle funzioni e della tecnologia. Se offrirai una vendita consultiva e un servizio di gestione sarai molto più attrattivo nell’acquisire clienti e crescere in questo ambito.

A questo punto non ci resta che darci da fare!

Perché Obama è diventato Presidente

annamaria | 29 gennaio 2009

All’indomani della netta vittoria di Barak Obama nella corsa alla Casa Bianca da più parti si sottolinea il ruolo decisivo di Internet nella campagna del primo presidente nero degli Stati Uniti d’America.
Ho cercato di capire perché facendo quello che suppongo abbiano fatto milioni di americani in questi ultimi mesi: sono andata sui siti dei due candidati e ho verificato come può una buona comunicazione su Internet valere la presidenza degli Stati Uniti.

In sintesi mi è apparso evidente che l’approccio relazionale ha vinto su quello autoreferenziale, che “noi” e “io e voi” non sono la stessa cosa, che la partecipazione è più efficace della delega, che coinvolgere paga più di convincere.

Home page
Obama: “Vi chiedo di credere. Non solo nella mia abilità di portare un vero cambiamento a Washington. Vi chiedo di credere in voi.”
Foto: Obama e Biden che guardano lontano verso l’alto, postura a tre quarti.
Discorso diretto, proiezione in avanti, sguardo verso l’alto e lontano = invito a seguire.

McCain: “Priorità per il paese RIFORME – PROSPERITA’ – PACE”
Foto: McCain a Palin che guardano davanti a sé, postura frontale.
Discorso indiretto, posizione frontale, sguardo ipnotico = invito a sottoscrivere.

Biografie
Incontra Barak Obama: testo riassuntivo poi la vita per periodi. Un solo video, intitolato “Incontra Barak”
Le prime righe “Barak Obama è stato cresciuto da sua madre, single, e da sua nonna. Non avevano molti soldi ma gli hanno trasmesso i valori della terra del Kansas in cui erano cresciute. Ha fatto debiti per andare a scuola. Dopo il college ha lavorato per le Chiese cristiane aiutando le comunità devastate dalla chiusura delle acciaierie.
Pochissimi aggettivi, fatti che indicano un percorso di vita complicato = vicinanza, condivisione.

Su John McCain: testo diviso in paragrafi senza titoli, molte foto.
Titolo: ha sempre messo il paese al primo posto.
Le prime righe: “Pronto dal primo giorno. John McCain ha un notevole esperienza di leadership che incarna l’impegno di tutta la sua vita nel servizio. Eletto per la prima volta alla Camera dei Rappresentanti per l’Arizona nel 1982, John ha guidato la battaglia per riformare Washington eliminando gli sprechi nelle spese governative e rafforzando le forze armate del paese.
Molti aggettivi, nessun cenno alla vita personale, vita pubblica di lungo corso = distanza, conclusioni e giudizi piuttosto che fatti.

I temi della campagna
Obama: rigorosamente in ordine alfabetico, una parola per tema.
I primi tre: diritti civili, difesa, disabilità.

McCain: in ordine sparso, forse prioritario, più parole per ogni tema.
I primi tre: Energia, Piano economico, Iraq.

Raccolta fondi
Obama: Donate. Titolo della pagina: grazie = aderite alla causa.

McCain: Contribuite. Titolo della pagina: date un contributo = sostenetemi.

I blog
Obama: solo testi, messaggio di ringraziamento. Frasi corte e “grazie” all’inizio di ogni periodo = la mia vittoria è la vittoria di tutti.

McCain: video con un suo messaggio più titoli stile news sull’agenda della campagna = maggiori passaggi per arrivare al messaggio, tono di “notifica”.

La ciliegina sulla torta: Obama ringrazia via sms i suoi sostenitori
“Abbiamo appena fatto la storia. Questo e’ potuto accadere perche’ voi avete profuso il vostro tempo, il vostro talento e la vostra passione in questa campagna. Tutto questo e’ accaduto per voi. Grazie, Barack”.

Congratulations, Mr President!

Ecologia delle relazioni

annamaria | 19 novembre 2008

Ho tratto, e adattato, questi punti dai Dieci paradossi dell’ecologia delle relazioni
di Marco Geronimi Stoll con Francesco Betti.
Sono stati pensati per gli insegnanti nei riguardi dei bambini, ma a pensarci bene vanno benissimo anche per i comunicatori e, in generale, agli adulti.
Mi sono piaciute la franchezza e la freschezza di queste considerazioni e consigli, perché vanno dritto al punto, parlano chiaro e, soprattutto, fanno riflettere.

Nessuno può obbligare un altro a pensare un certo pensiero.
La mente di ciascuno è un luogo misterioso e complesso, di cui sappiamo solo una cosa certa: sicuramente non è uno statico magazzino di nozioni.
Ogni novità, anche la più minuscola, muove tutto l’universo misterioso della nostra mente.
Quindi niente può essere “insegnato”, tutto può essere “appreso”.

La comunicazione: o è reciproca o non è.
Quando un bambino acquisisce un’ informazione, (cioè gli si creano “differenze in mente”), contemporaneamente “insegna” qualcosa all’insegnante (cioè crea “differenze” nella mente del docente).
Morale: “se oggi non ho imparato niente dai bambini è probabile che i bambini non abbiano imparato niente da me”.

Se sbagliando si impara, allora chi non sbaglia mai resterà ignorante.
La scuola è e deve essere il posto dove si impara a sbagliare.
La più preziosa dote di un buon insegnante è saper dire “tu stai sbagliando” sottintendendo “che bello: adesso hai un’occasione per migliorarti”
(…) Non è così anche tra adulti? Chiunque di noi, se non si sente accettato in un ambiente, non può migliorare le sue parti imperfette: può solo nasconderle.

Il miglior modo per valorizzare i bambini è farli valorizzare tra loro.
Tutti questi figli unici, ebbri di solitudine televisiva, con genitori indaffarati… il loro sforzo strenuo è farsi vedere da un grande: quante spiritosaggini, bizze, ricattini, spiate, provocazioni…
(…) Uno dei mezzi per dare una svolta a questa situazione è abituarli ad ascoltarsi reciprocamente quando parlano.

Molto meglio non essere un insegnante troppo bravo.
Se siamo troppo sicuri di una teoria o di un metodo, finiamo col vedere solo quello che vogliamo. In una testa troppo “piena” di teorie e di opinioni non c’è il posto per ricevere modificazioni dall’ambiente. Così, qualche volta, “bravi” diventa il contrario di “capaci”.
Risultato: persone che hanno molte cose da dire a volte non riescono a comunicarle perché non riescono ad ascoltare gli altri.

Se diciamo a un bambino “in questo non riesci”, lui ci ubbidirà.
Ciascuno si adegua inconsciamente alle attese degli altri.
Se, credendo di incoraggiarlo, diciamo ad un bambino “tu con le divisioni sei proprio un disastro”, (o se tradiamo tale pensiero non verbalmente) probabilmente egli si adeguerà alle nostre aspettative e avrà guai con le divisioni anche all’Università.
Se invece ci aspettiamo dai bambini risultati positivi (e convincercene è un condizionamento interiore, nostro personale) allora molte cose potranno migliorare.
E’ il noto “effetto Pigmalione”, che somiglia ad una più famosa e prosaica “legge di Murphy”: se ti aspetti che qualcuno possa combinare un errore, sicuramente ciò accadrà.

Morale:
Quando state stendendo la programmazione annuale non chiedetevi solo cosa voglio insegnare”; chiedetevi anche: “Quest’anno, cosa voglio imparare?”

Il rebus dell’alitalia

annamaria |

Un esempio lampante di non-comunicazione ce l’abbiamo in questi giorni sotto gli occhi.
Alzi la mano chi ha capito cosa sarà dell’Alitalia da qui a pochi giorni, dato che le casse sono vuote.
Sto seguendo questa vicenda per una serie di ragioni.
In primo luogo perché ci lavora un mio amico e vorrei tanto capire che fine vogliono fargli fare.
Poi perché sento che le sorti della nostra compagnia di bandiera in qualche modo mi riguardano.
Infine perché sono curiosa di vedere all’opera la managerialità di coloro che ci governano.
Sul mio blog Scriverebene ho pubblicato una serie di post sulla scrittura di un business plan, l’equivalente inglese del nostro “piano industriale”, il documento che dice come stanno le cose, cosa si vuol fare, perché e con quali risultati.
Ho quindi ascoltato notiziari e letto i giornali.
Del famigerato piano industriale di cui non si fa che parlare in queste ultime ore non ho capito nulla.
Prima il balletto degli esuberi: due giorni fà 7.000, l’altro ieri 4.000, ieri 3.250. Chi offre di meno?
Poi quello sugli aeromobili da dismettere: prima 80, poi 40.
E poi, con i sindacati si tratta o no? Prima si dice “o così o niente”, poi si apre il dialogo, poi ci si confronta…su che?
Poi le ipotesi di rilancio: l’altro ieri si dovevano potenziare i voli a medio e lungo raggio, ieri si puntava tutto sulle tratte di corto e medio raggio. Allora, dove andiamo?
E gli hub? Prima “o Malpensa o morte” (non è per questo che abbiamo rifiutato sdegnati l’offerta di Air France?), ieri non più due grandi hub (Roma e Milano) ma 6 mini hub a Roma, Milano, Torino, Venezia, Napoli e Catania.
Una fantastica cortina fumogena, una serie imbarazzante di contraddizioni, un sicuro disegno alla base. Risultato: confusione totale.
In mezzo a tutto questo fumo passa sotto silenzio la decisione di dismettere il Cargo e la manutenzione, che sono in attivo.
Seguendo il metodo dei comunicatori, attentissimi ai segnali deboli, i conti cominciano a tornare.
E si incomincia a intravedere un disegno che ha poco a che vedere con l’imprenditorialità e molto con l’arrembaggio, pochissimo con il rilancio e molto con lo smembramento.
Per una come me che le imprese le progetta perché nascano e crescano, che è abituata a pensare in termini di crescita e sviluppo è un gran brutto spettacolo da vedere, oltre che da non sentire.
Ora resta solouna domanda: quando ce lo diranno?