Anna Maria Carbone

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Il rebus dell’alitalia

annamaria | 19 novembre 2008

Un esempio lampante di non-comunicazione ce l’abbiamo in questi giorni sotto gli occhi.
Alzi la mano chi ha capito cosa sarà dell’Alitalia da qui a pochi giorni, dato che le casse sono vuote.
Sto seguendo questa vicenda per una serie di ragioni.
In primo luogo perché ci lavora un mio amico e vorrei tanto capire che fine vogliono fargli fare.
Poi perché sento che le sorti della nostra compagnia di bandiera in qualche modo mi riguardano.
Infine perché sono curiosa di vedere all’opera la managerialità di coloro che ci governano.
Sul mio blog Scriverebene ho pubblicato una serie di post sulla scrittura di un business plan, l’equivalente inglese del nostro “piano industriale”, il documento che dice come stanno le cose, cosa si vuol fare, perché e con quali risultati.
Ho quindi ascoltato notiziari e letto i giornali.
Del famigerato piano industriale di cui non si fa che parlare in queste ultime ore non ho capito nulla.
Prima il balletto degli esuberi: due giorni fà 7.000, l’altro ieri 4.000, ieri 3.250. Chi offre di meno?
Poi quello sugli aeromobili da dismettere: prima 80, poi 40.
E poi, con i sindacati si tratta o no? Prima si dice “o così o niente”, poi si apre il dialogo, poi ci si confronta…su che?
Poi le ipotesi di rilancio: l’altro ieri si dovevano potenziare i voli a medio e lungo raggio, ieri si puntava tutto sulle tratte di corto e medio raggio. Allora, dove andiamo?
E gli hub? Prima “o Malpensa o morte” (non è per questo che abbiamo rifiutato sdegnati l’offerta di Air France?), ieri non più due grandi hub (Roma e Milano) ma 6 mini hub a Roma, Milano, Torino, Venezia, Napoli e Catania.
Una fantastica cortina fumogena, una serie imbarazzante di contraddizioni, un sicuro disegno alla base. Risultato: confusione totale.
In mezzo a tutto questo fumo passa sotto silenzio la decisione di dismettere il Cargo e la manutenzione, che sono in attivo.
Seguendo il metodo dei comunicatori, attentissimi ai segnali deboli, i conti cominciano a tornare.
E si incomincia a intravedere un disegno che ha poco a che vedere con l’imprenditorialità e molto con l’arrembaggio, pochissimo con il rilancio e molto con lo smembramento.
Per una come me che le imprese le progetta perché nascano e crescano, che è abituata a pensare in termini di crescita e sviluppo è un gran brutto spettacolo da vedere, oltre che da non sentire.
Ora resta solouna domanda: quando ce lo diranno?

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